(continua dalla Terza Parte)
Ecco che il device mobile, diventando un oggetto personale, si carica di significati e si fa nostro rappresentante, da oggetto indifferenziato, indistinguibile dai suoi pari e del tutto intercambiabile con gli stessi, lo smartphone acquista un ruolo di primo piano.
Dunque, attraverso questa complessa ragnatela di concetti, lo strumento si impregna di senso e sfugge dalla trappola della commodity. (continua... fai click su Leggi tutto...)
Da qui risulta una clientela disposta a pagare un premium price non tanto per la tecnologia custodita “under the hood” di questi gioiellini, quanto per la semplicità di utilizzo, la flessibilità, l’integrazione con un ecosistema e, perché no, l’appeal del marchio associato.
Qualunque oggetto, una volta entrato a far parte della sfera personale, assume un valore crescente man mano che si lega più strettamente al possessore, quasi in un processo di trasferimento tra i due, così che uno smartphone si trasforma nel “mio” smartphone.
Si innescano meccanismi tipici legati al mondo della moda, tant’è che possiamo tranquillamente parlare di tecnologia da indossare, di strumenti che diventano anche accessori e definiscono, arricchiscono la propria immagine.
Se ci guardiamo indietro e cerchiamo di tracciare un percorso che ci porta dai primi mainframe fino ai moderni smartphone, passando per i PC, i portatili, i vari netbook, potremmo rimanere certo stupiti di quanto sia cambiato il focus di attenzione del cliente, andando di pari passo con lo sviluppo tecnologico.
Sarà allora opportuno ricordare come, in questa traiettoria evolutiva, i marchi che hanno saputo farsi interpreti della trasformazione ne hanno fortemente beneficiato e hanno esercitato la propria influenza, ponendosi leader del settore, mentre le imprese che non hanno saputo adattarsi o si sono arroccate su vecchie posizioni difensive hanno finito per lasciarsi scivolare nell’oblio.





