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Luci e ombre delle Applicazioni iPhone

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Un design innovativo, una interfaccia fluida a bassissima latenza, altissima usabilità, questi sono solo alcuni dei pregi di iPhone, la punta di diamante di casa Apple sul fronte mobile, tuttavia, chiunque abbia avuto in mano anche solo per 5 minuti un simile dispositivo avrà notato la presenza di un fattore ancora più fondamentale, una innovazione che ha fatto fare il salto di qualità a un dispositivo che, nelle prime versioni, era parso una tecnologia ancora acerba: le applicazioni.

Non è un caso se il pay-off scelto da Apple (la frasetta che come un motto accompagna la pubblicità di un prodotto) è: “There’s an App for Everything” (ovvero “C’è una applicazione per tutto”), a sottolineare come al centro dell’esperienza utente ci sia la presenza di tantissimi programmi, più o meno complessi, che l’utente può scaricare (talvolta gratuitamente, altre volte procedendo ad un acquisto) attraverso l’Apple Store, la piattaforma di Apple utilizzata per la distribuzione di contenuti e software.

Il processo di acquisto delle applicazioni è stato progettato in maniera impeccabile, permettendo una esperienza utente intuitiva e piacevole, grazie alla possibilità di acquisire le applicazioni direttamente utilizzando il dispositivo stesso.

In questo contesto non ci dilungheremo sulle caratteristiche di questo innovativo modello di business (ripreso ad esempio da Nokia col suo Ovi Store), né sui vantaggi dell’approccio “a piattaforma”, ci preme di più evidenziare alcuni dei compromessi a cui sia gli sviluppatori, direttamente, che gli utenti, indirettamente, si trovano a dover accettare per vivere nell’ecosistema Apple.

Quel che è poco noto al grande pubblico è la modalità con cui le applicazioni vengono distribuite attraverso l’Apple Store, come vedrete leggendo non si tratta di tecnicismi, ma di vere e proprie “regole del mercato” che riguardano decisamente anche l’utente finale.

Per prima cosa uno sviluppatore, che desideri creare applicazioni da distribuire su iPhone, deve certificarsi (come singolo individuo o come azienda), il processo è piuttosto semplice ed ha un costo relativamente limitato (100$ per i privati) e permette di ottenere da Apple l’iPhone SDK (ovvero il kit di sviluppo per realizzare materialmente i programmi) e l’autorizzazione a poter inviare le proprie applicazioni richiedendone la pubblicazione su Apple Store.

E qui cominciano i dettagli in cui, si potrebbe dire, “si annida il demonio”. Come forse si sarà già intuito Apple Store non è tanto un comodo servizio da cui gli utenti possono scaricare applicazioni per il proprio iPhone, bensì è l’unica piattaforma attraverso cui sia possibile installare applicazioni, non è possibile dunque scaricare programmi da nessuna altra fonte.

Questo garantisce ad Apple un controllo assoluto e totale, attraverso questo accentramento, di quali applicazioni vengono rese disponibili per il proprio dispositivo e da chi.

In effetti c’è poi da considerare il fatto che la pubblicazione di una applicazione sviluppata non è assolutamente un processo automatico, occorre infatti passare, per ogni software che si vuol rendere disponibile (gratuitamente o a pagamento, non fa alcuna differenza) attraverso un processo di revisione e approvazione da parte di Apple.

Il processo può anche essere molto lungo, anche settimane, nel corso delle quali personale Apple controlla la rispondenza del software alle linee guida che tutti gli sviluppatori devono seguire e il rispetto di norme molto dettagliate che riguardano anche dettagli su come debba funzionare l’interfaccia di una applicazione.

Il lato positivo della faccenda è che le applicazioni per iPhone tendono a seguire convenzioni e logiche comuni, rendendole spesso indistinguibili da quelle pre-installate di sistema e favorendo la semplicità di utilizzo, oltre a generare una piacevole sensazione di omogeneità e una esperienza di utilizzo “senza fratture” con perfetta soluzione di continuità al passaggio da un programma all’altro.

Tuttavia i criteri seguiti da Apple sono spesso oscuri e spesso il processo di revisione termina con il rifiuto da parte dell’azienda di pubblicare l’applicazione sottoposta a valutazione, in questo caso los sviluppatore riceve un report indicando solamente il primo bug individuato o la prima violazione delle linee guida, costringendo così alla realizzazione di una nuova versione e a ricominciare da capo nel processo di validazione, magari per fermarsi immediatamente al successivo problema riscontrato.

A peggiorare la questione c’è anche una certa aleatorietà nelle decisioni di Apple, che non sempre sembrano brillare per trasparenza e, in più di un caso, sono sembrate ad alcuni al limite dell’anticoncorrenzialità, rifiutando applicazioni sviluppate anche da aziende importanti che collidevano con gli interessi di Apple, ad esempio il caso sollevato da Google con l’iniziale rifiuto di pubblicare Google Voice su Apple Store.

Naturalmente ogni decisione viene sempre motivata e circostanziata, ma l’impressione generale è quella di aver ceduto una piccola parte della nostra libertà in cambio di una migliore esperienza utente.

Qualcuno ha definito quella di Apple (con particolare riferimento ad iPhone) una “gabbia dorata”, un sistema di regole che, se accettate, ci permettono di avere una eccellente esperienza utente, ma perdendo certamente qualcosa in termini di flessibilità e forse anche di creatività e nuove opportunità di business.

Chi controlla i controllori? Certamente si potrà obiettare che Apple non costringe certo la gente a comprare un iPhone e che soluzioni analoghe ma alternative non comportano tutte queste limitazioni, ad esempio basta optare per uno smartphone basato su Android (il sistema operativo mobile di Google) per trovare Android Market: stesso funzionamento di Apple Store, ma senza processo di certificazione e controllo centralizzato.

Questo è senza dubbio vero, ma, per quanto sia presto per giudicare, sembrerebbe proprio che, su questo fronte, la “gabbia dorata” presenti numerosi vantaggi e, grazie alla crescente diffusione di iPhone, rischi di diventare un modello da riprodurre o, peggio ancora, la piattaforma più diffusa e quindi di riferimento.

A nostro parere è ancora molto prematuro dare un giudizio e schierarsi a favore dell’uno o dell’altro approccio, stigmatizzando Apple oppure beatificando Android come simbolo di libertà.

Riteniamo che sia preferibile dare tempo al tempo e osservare con attenzione come questo interessantissimo mercato si va espandendo e sviluppando e quali trasformazioni subirà, ciò che è fondamentale però, è che gli utenti diventino sempre più consapevoli della peculiarità dei meccanismi di distribuzione delle applicazioni, che in ultima analisi determina in maniera decisiva quello che si potranno trovare ad acquistare e utilizzare. La consapevolezza dei clienti potrà essere il più efficace controllore sull’operato delle aziende del settore, portando a correggere le pratiche scorrette e cercando di trovare la quadratura tra coerenza dell’ecosistema applicazioni-dispositivi e creatività e libertà di fare business.

 

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